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triangolo del web project management - Patrizio Romano Dell'Anna

Il triangolo del web project management

Perfetto, veloce, a basso costo, sono concetti assoluti e fuorvianti. Ho rifatto lo schema “fast, good, cheap” seguendo la mia idea di web project management.

Questo schema, stra-condiviso sui canali social e nei blog di chi si occupa di Comunicazione nel web, non mi ha mai convinto.schema del progetto perfetto, veloce, basso costo

Sarà che lo leggo così: “Siamo bravissimi a vendere comunicazione ai tuoi clienti, ma con te non riusciamo a parlarne e farci comprendere, non sappiamo perché ma non è colpa nostra”.

Firmato: esperti di Comunicazione.

Ehm.

Cercandone le origini, sono arrivato a questa pagina su Wikipedia – wikipedia / Project management triangle – che presenta diversi altri schemi derivati da un originale Project management triangle.

Sembra la riduzione ai minimi termini di alcune buone idee e teorie che potete approfondire leggendo quella pagina. Come tale, è stato condiviso e rappresentato con commenti di rivalsa, accompagnato da affermazioni come “finalmente mettiamo le cose in chiaro con i clienti“. No. Lasciato così non chiarisce un beato ciufolo, è più che altro meme e masturbazione.

In quanto esperti e professionisti, non semplifichiamo l’aspetto più importante della Comunicazione in un giochetto da elementari. È bello scherzarci sopra, è un meme che ho avuto voglia di condividere, so di prendere il discorso dal lato più pesante, quindi concedimi il beneficio del dubbio se adesso sorvolo sull’aspetto ironico della cosa e vado alla parte seria.
Le professionalità che lavorano nel web hanno già sufficienti difficoltà a comunicare con i propri clienti, a volte a causa di convinzioni sociali che hanno il sopravvento nei committenti, o perché esistono rappresentazioni sociali che condizionano ambo le parti.

Lo schema qui sopra per essere compreso da tutti (e far divertire) – clienti in primis – ha bisogno di essere chiarito e contestualizzato, oppure rischia di diventare un’ennesima rappresentazione a senso unico delle difficoltà di fare questo lavoro, un gemello di quello che il #cuggino rappresenta per gli sventurati che gli si affidano.

Così è come potrebbe essere:

triangolo del web project management - Patrizio Romano Dell'Anna

Qui, ciascun processo del primo schema è rivisto in un’ottica di Comunicazione gestita in modo pragmatico e per obiettivi.
Necessita di spiegazione, come ogni cosa pensata per uno scopo, in questo caso facilitare la comunicazione.

Perfetto: non esiste. Funzionale sì.

Sito vetrina, web CRM, e-commerce, devono assolvere un compito, non celebrare la bellezza neoclassica; il progetto deve essere funzionale agli obiettivi.

Basso costo: quindi vi piace lavorare male. A me piace farlo con un budget sostenibile.

Ogni costo deve essere considerato sotto varie prospettive. Quella cui guarda chiunque è l’offerta di mercato, tipo questa. siti-internet-pubblicita

Quella cui guardano professionisti e imprenditori è il rapporto tra costi e benefici, in una parola sostenibile, ovvero una spesa basata su scelte mirate e accurate per ciascun servizio.

Veloce: la fretta è la virtù di tuo cuggino. Il web è fatto di tempi.

Fare le cose velocemente implica rischiare di trascurare un aspetto o affidarsi a prodotti pre-configurati – certe installazioni WordPress che contengono gigantesche insalate di plugin, ne conoscete qualcuna?
Ogni progetto va realizzato nei tempi previsti, eventualmente rivalutati in collaborazione con il tuo committente.

Cambiando i termini dello schema, invece di impedimenti otteniamo informazioni

Funzionale e nei tempi: non più “molto costoso”, si ottiene ponendo da principio degli obiettivi realistici e concordati, organizzati per priorità, definiti da entrambe le parti, committente e cliente, che si confrontano per capire le esigenze e la fattibilità.

Sostenibile e funzionale: e non “lento”, un progetto di comunicazione in cui il budget era previsto a monte, le informazioni di mercato sono state raccolte realisticamente – mi spiace, non cercando su Google – ed è previsto un Return Of Investiment (ROI) e una crescita in prospettiva.
Tempi definiti, consegne rispettate, criteri di valutazione dei costi e la possibilità di ridefinirli concordati a monte.

Funzionale e nei tempi: l’opposto della “bassa qualità” è realizzabile quando cliente e professionista si confrontano su obiettivi ed esperienze reali, concordano cosa va fatto e cosa posticipato o scartato e organizzano le tempistiche di consegna in base a delle priorità.

Il risultato: un progetto di Comunicazione sul web pragmatico, condiviso, adattabile per strategia.

Se ti ho rotto le palle, se lo schemino “fast, good, cheap” secondo te merita di restare appeso nella tua cameretta (in casa dei tuoi genitori), puoi scrivermelo qui sotto. Prometto che sarò comprensivo.

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Scala dei bisogni di Maslow e relazione virtuale

L’Internet delle Cose: l’Hikikomori delle Cose

Non serve più una stanza: l’hikikomori è diventato un disturbo relazionale (ed è già un target di mercato).

Fino a l’altro ieri avere la faccia continuamente piantata dentro un monitor mobile era la forma più recente dell’hikikomori, il disturbo psicologico della reclusione volontaria da ambienti sociali reali. Ieri è uscito in anteprima Gatebox, una scatola da tenere in casa con dentro un ologramma di un personaggio con cui parlare, scambiare messaggi, darsi il buongiorno, la buonanotte, forse persino flirtare.

Se l’Internet dei social ha trasformato i nostri rapporti interpersonali, aggiungendo un nuovo livello di interazione divenuto per alcuni preponderante e invasivo, anche il nascente Internet delle Cose promette interessanti evoluzioni e scenari inquietanti. Il fenomeno degli hikikomori, anche se conosciuto da tempo, in anni recenti è emerso alla notorietà per le sue dimensioni – più di mezzo milione di casi in Giappone, decine di migliaia in Italia – e per la diffusione che sembra incontrare dopo l’esplosione delle piattaforme sociali – social network e video giochi MMORPG.

Gatebox è disponibile in pre-ordine sul sito: se conoscete questo genere di iniziative, potete sospettare con me che si tratti di un elaborato viral, o di un’idea in cerca di finanziatori, ma che comunque non vedrà mai la luce. Tuttavia non mi interessa l’oggetto quanto la sua spendibilità e l’idea che le relazioni umane stanno diventando un bene di consumo.

Dal Tamagochi a ‘Her’, ovvero dal monitor alla realtà

In principio fu il Tamagochi.

Poi nacquero gli Otome games, i simulatori di appuntamenti galanti.

Nel 2002 il film S1m0ne, con Al Pacino, metteva per la prima volta un budget importante sull’argomento, con scarsi risultati.

Il più recente film, Her, con Joaquin Phoenix sembra aver colto il punto: la relazione interpersonale non è più esclusivamente umana. Un Avatar, dotato di una A.I. adeguata al contesto in cui deve esprimersi, è sufficiente a suscitare una esperienza emozionale strutturata e ripetibile nel tempo per la persona che vi entra in contatto.

Il personaggio del video promozionale manifesta non solo senso di affettività e accudimento, è capace di disappunto e di provocazione, tutte emozioni che si manifestano nella relazione tra il protagonista e un oggetto che occupa uno spazio dentro la sua casa, gli rivolge la parola, lo aspetta: dettagli che fanno di questo ologramma una manic pixie dream girl, non più ristretta ad un racconto manga ma che è possibile acquistare.

Se facebook ha corrisposto al bisogno di appartenenza, offrendo connessione con i propri pari in cambio di profilazione di marketing, quello che oggi potrebbe offrire Gatebox è un nuovo livello e una nuova forma di hikikomori: l’estraniamento tutto relazionale, in cui un individuo non esce dalla società, continua a produrre in essa, a utilizzarne i servizi, ma ha comprato un avatar che lo sostenta relazionalmente (e forse non gli serve altro!). A questo punto non vedo l’ora di scoprire che tipo di offerte Gatebox potrebbe proporre sul piano degli acquisti in-app.

Il terzo livello della piramide dei bisogni di Maslow, il bisogno di appartenenza e di relazione, sta trovando il suo dispositivo dotato di pilota automatico. Secondo voi dobbiamo preoccuparci, come per le autovetture, di quali scelte etiche potrebbe fare il processore quando le cose dovessero andare storte?

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Relazione, narrazione, story-telling progettuale

Che tu sia un professionista o un cliente, se hai da poco avviato un nuovo progetto di comunicazione sul web puoi rispondere a queste domande:

  • Come immagini che verrà, una volta completato?
  • Cosa ti sei detto quando hai scelto di incaricare quel professionista / agenzia?
  • Cosa hai pensato quando hai approvato / è stato accettato il preventivo?

Qualunque risposta tu abbia dato, hai appena dimostrato un piccolo assunto: ogni relazione può essere descritta attraverso la narrazione di ciascuna persona che ne fa parte.

Voi vi raccontate storie. Io pure. Ogni volta che entriamo in contatto con un nuovo ambiente – soprattutto se è fatto di relazioni professionali, investimenti di tempo e denaro, nuovi contatti da intraprendere tra persone, “una parte del nostro cervello” inizia a usare storie che ben conosce per strutturare la nuova realtà, facilitare le decisioni, prevedere scenari e affrontare difficoltà.

Questo articolo è il primo di una serie su Comunicazione e Fattore Umano, che ti elenco di seguito per comodità:

  1. Introduzione: Comunicazione Cliente-Fornitore: il fattore umano e dove trovarlo

La Narrazione

È uno dei pilastri dell’Internet: che si tratti delle vicende sportive di Beatrice Bebe Vio, del nuovo spot realizzato da Ferrero sull’olio di palma, o dell’ultima “shitstorm” scatenata collegata alla pagina Sesso, droga e pastorizia, dove c’è il web per come lo conosciamo, c’è sempre una voce narrante, uno story-telling, con una premessa, uno svolgimento, una conclusione.

Essa è un fattore umano tra i più importanti quando cliente e agenzia sono coinvolti in qualcosa che vedrà la luce sul web.

La Relazione interpersonale

Semplificando: ogni professionista all’inizio del progetto immagina la sua relazione con il cliente, e la popola – per lo più inconsapevolmente – di aspettative, stereotipi e rappresentazioni sociali acquisite. Ogni cliente fa la stessa cosa nei confronti del professionista a cui ha scelto di affidarsi.
Durante l’evoluzione del lavoro, nella fase di sviluppo, nel beta testing, fino ai riscontri successivi alla pubblicazione, ogni soggetto coinvolto osserva il progetto sia da una prospettiva oggettiva – dati, risultati, strategie, i problemi e le soluzioni adottate – sia da una prospettiva personale e narrativa, fatta di aspettative, rappresentazioni sociali e stereotipi relativi a quel determinato contesto.

Questo fenomeno, vivere l’esperienza interpersonale attraverso un “racconto”, costituisce un fattore psicologico che ha effetti sulla relazione e sul progetto stesso, a livello di aspettative e anticipazioni, di modalità di riscontro durante lo sviluppo, a livello di giudizio una volta che si osservano i risultati. 

La consapevolezza è fondamentale: tanto meno siamo coscienti di questa dinamica, tanto più le aspettative e i giudizi su ciò che stiamo facendo dipenderanno più da una personale fantasia e meno dalla concreta realtà.
Costruiamo facilmente aspettative illusorie – risultati mirabolanti o tempi inverosimilmente brevi per raggiungerli – prendiamo decisioni non basate su riscontri oggettivi durante lo sviluppo – “facciamo così perché l’ha fatto tizio e mi ha raccontato che ha avuto successo” – giudichiamo i risultati a posteriori in maniera parziale e stereotipata – “abbiamo avuto successo perché siamo un team, perché non abbiamo dormito la notte” o “non ha funzionato perché tizio è stato del tutto onesto, perché sono sfigato…”.

Come ci raccontiamo nella relazione professionale

Parlando di rapporto tra “visione” narrativa e relazione concreta, faccio riferimento a tre pilastri teorici:

  1. la teoria della narrazione dello psicologo cognitivista Jerome Bruner
    https://it.wikipedia.org/wiki/Jerome_Bruner
    http://www.crescita-personale.it/teorie-psicologia/947/narrazione-per-jerome-bruner-e-la-psicologia/1006/a
  2. il modello di semantica della narrazione rappresentato da Vladimir J. Propp nel suo “Morfologia della fiaba”
    https://www.ibs.it/morfologia-della-fiaba-libro-vladimir-propp/e/9788806154516
  3. La teoria delle rappresentazioni sociali descritta da Moscovici
    https://it.wikipedia.org/wiki/Rappresentazioni_sociali

Nel costruire una narrazione, ognuno di noi utilizza dei pattern, dei modelli narrativi appresi e ben connotati. Nella mia esperienza come consulente e web designer in relazione con clienti e agenzie ho spesso osservato dei modi “tipici” di interagire, basati sulle narrazioni.
Ciascuno può rappresentare un macigno al collo della relazione professionale e del progetto intrapreso, quanto un motore supplementare.

Modello: il cinema americano

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Immagine: Nicholas Cage affronta zombie nazisti a cavallo di un dinosauro da guerra.

Bias cognitivo: “il mio progetto è destinato a vincere, le avversità si affrontano col coltello fra i denti, nulla può distogliermi dal mio obiettivo”.

Correlati psicologici: spinta motivazionale basata su presupposti illusori; tendenza a ricercare conferme al posto del confronto sulla relazione di lavoro, all’interno di una cerchia ristretta e connotata dal nostro stesso punto di vista; atteggiamento monolitico: una sola strategia, nessuna revisione in caso di errore; esposizione a crollo motivazionale e abbandono quando l’illusione svanisce.

Modello: narrativa pauperistica di impronta italiana

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Immagine: Marcellino pane e vino.

Bias cognitivo: il garage, la cantina,le nottate, il sacrificio oltre il necessario, sono i soli sinonimi di successo.

Correlati psicologici: la pietra filosofale del lavoro è la gratuità: non vanno considerati i risultati, ma il risparmio a prescindere; l’esperienza non esiste: se un software o una soluzione snelliscono il lavoro, vanno pagati di meno; non esistono orari; il sacrificio come metro di misura del merito, qualità e semplificazione percepite come ingannevoli.

Modello: narrativa egocentrica

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Immagine: “Mio cuggino, mio cuggino”

Bias cognitivo: la mia esperienza è un valore assoluto, “io so come si fa e tu devi fare come dico io” – in senso biunivoco, tanto dal cliente verso il professionista quanto viceversa.

Correlati psicologici: valutazione pregiudizievole e distante dalla realtà del progetto, l’unità di misura è l’aderenza a un’esperienza ritenuta assoluta – mio cugino, il mio competitor, il mio mentore / guru; euristica del sentito dire; distorsione della realtà che viene sempre interpretata su convinzioni personali ed esperienze pregresse la cui validità viene data per scontata; tendenza alla svalutazione a prescindere di soluzioni e strategie alternative;

Cestinare la narrazione? No, farne buon uso.

Questi fenomeni narrativi non sono deleteri a prescindere: al contrario, possono offrire un motore valido al buon esito del progetto se riconosciuti e contestualizzati.
Riconoscerli vuol dire sapere che determinate cose che ci raccontiamo, esperienze altrui o pregresse, l’amore per il case study o la success story, hanno valore in quanto narrazioni e per il valore emotivo e motivante che trasmettono, pertanto vanno sottoposte a esame di realtà e, quando necessario, subordinate all’analisi oggettiva e strategica dei fatti.

Una narrativa, persino epica, può essere un potente motore, una motivazione di fondo nel singolo come nel rapporto tra cliente e fornitore: l’importante è riconoscerla come tale e accertarsi di non utilizzarla come parametro di misura della realtà.
I progetti si disegnano sulla base di conoscenze solide, esperienze pregresse, si sviluppano attraverso una comunicazione ben strutturata, fatta di canali definiti, scadenze,  analisi ripetibili e riscontri nero su bianco.

Uno “story-telling progettuale”

Non sempre è possibile svincolarsi dalla capacità di guardare più alle narrazioni che ai fatti oggettivi. Che ci troviamo nel ruolo di fornitore di servizi digitali o di chi ne usufruisce, siamo sia predisposti naturalmente a usare esperienze pregresse come canovaccio per giudicare scenari nuovi, sia esposti all’interazione con persone che osservano la realtà prediligendo un giudizio precostituito ed emotivamente connotato.

Una buona pratica che aiuta a dare la giusta collocazione alla sfera narrativa e a quella analitica consiste nel mettere a confronto la propria opinione su due livelli distinti: a livello personale, con colleghi che fanno il nostro stesso lavoro e che, possibilmente, non rientrino nella nostra cerchia di amicizie e contatti frequenti; a livello relazionale, mettendo in gioco la propria visione con il nostro interlocutore professionale.

Confrontarsi con colleghi che non rientrano nella nostra cerchia di conoscenze offre la possibilità di conoscere visioni e approcci differenti, lontani dalla zona di comfort che siamo abituati a costruirci in cui siamo circondati da persone con una visione e delle esperienze simili alle nostre, oggi come oggi alimentata massivamente dagli stessi social network che ci permettono di connetterci.

Mettere in gioco la propria esperienza con il professionista con cui stiamo lavorando significa creare un dialogo in cui ciascuno necessita di aiuto per apprendere elementi chiave del lavoro dell’altro, come quando si racconta il proprio lavoro a un bambino: inizialmente ognuno è costretto a scendere dal piedistallo del proprio ruolo di committente – “quello che ha messo i soldi” – o di realizzatore – “quello che c’ha l’expertise” – si impara a fare domande pertinenti e non scontate, non solo a esprimere le proprie necessità o convinzioni. Con il tempo, questo esercizio costruisce uno spazio condiviso in cui fornitore e committente si trovano a lavorare assieme, avendo dedicato tempo a comprendersi e costruire un canale di comunicazione reciproco; in quello spazio, l’analisi avrà sempre la priorità, mentre le rispettive narrazioni personali, la propria personale “epica” professionale, invece che essere di ostacolo contribuiscono a una narrativa condivisa di quel progetto, uno “story-telling progettuale” in cui anche l’aspetto emotivo contribuisce al successo.

Molte delle mie migliori relazioni professionali sono oggi basate su questo tipo di esperienza: confronto continuo con persone che non conosco, con visioni differenti dello stesso tipo di lavoro, e costruzione di uno spazio di confronto fra professionista e cliente, che non è assolutamente scontato in quanto spesso si è sviluppato attraverso tentativi ed errori, momenti di scontro e incomprensione e successivi aggiustamenti.

 

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clienti e professionisti, nella curva dall'idillio al rancore

Comunicazione Cliente – Fornitore: il fattore umano e dove trovarlo.

La Psicologia è già uno strumento fondamentale nel marketing digitale ma il piano della comunicazione tra cliente e fornitore resta dietro le quinte, mentre le sue implicazioni e conseguenze costituiscono un frequente argomento di discussione sui social e, probabilmente, un costo da cominciare seriamente a considerare.


Da “Turk & JD” alla scena madre del film “Attrazione fatale”. Sono questi i rapporti tra professionista e cliente quando ripenso alle mie esperienze in ambito digitale: una curva che va dall’amicizia idilliaca alla rabbia di chi affronta il disinganno di un rapporto illusorio.

Quella curva è il loro rapporto: a volte si percorre dall’idillio iniziale a un finale catastrofico in una sola direzione, a volte si oscilla da uno all’altro, a seconda dei momenti o del piede con cui ci si alza la mattina.

Sono uno Psicologo, il che mi porta a osservare ogni fenomeno che coinvolga esseri umani attraverso filtri che producono interpretazioni.
Sono un Web Designer libero professionista, faccio un lavoro bellissimo e tra i più mal-valutati, come è d’abitudine in questo paese – “se ti piace / da soddisfazione è peccato, fa ingrassare, oppure non lo hai dichiarato al fisco” (cit.).

Mettendo a frutto duplici competenze, ogni giorno osservo il mio coinvolgimento e quello di altri in fenomeni che nascono dentro un monitor, le cui conseguenze vanno a scapito della flora intestinale – gastriti, eccetera – solo per fare un esempio di possibili “somatizzazioni” di questi veri e propri rapporti di coppia.

Da anni ho notato come io stesso, colleghi e amici professionisti che si occupano di comunicazione, quanto i nostri clienti, siamo protagonisti di fenomeni di conflitto legati alla comunicazione interpersonale e per cui, in molte circostanze, la psicologia sociale offre strumenti di interpretazione e, talvolta, vere e proprie euristiche risolutive.

Ingegneri, art director, manager con anni di esperienza in comunicazione, si scontrano ogni giorno con la difficoltà di comunicare (!) il proprio modo di lavorare, la validità delle proprie competenze, o semplicemente con la necessità di rappresentare in modo chiaro e in tempi ristretti determinate soluzioni alla base di un progetto.

Sull’altro fronte i committenti, professionisti spesso di altissimo livello, sono in altrettanta difficoltà: comprendere la cultura digitale e il lessico dei professionisti con cui devono lavorare, guardare oltre le rappresentazioni sociali che mostrano il digitale come l’America per Alberto Sordi, un luogo dove tutto è facile, pre-configurato, a costo zero e il successo alla portata del più scaltro e non del più accurato.

La psicologia, quella sociale in primis, offre elementi di riflessione che mi capita di cogliere e, quando è possibile, di utilizzare come spunti per migliorare la comunicazione tra i soggetti coinvolti: rappresentazioni sociali e dissonanze cognitive, per menzionare le due teorie che più frequentemente osservo emergere nella mia esperienza.

La psicologia applicata al web marketing esiste da anni, di recente con il termine “Neuromarketing” abbiamo applicato principi di neuroscienze a scenari di promozione e di vendita sui media che mettono in primo piano una comunicazione commerciale empatica e non manipolativa, con un vantaggio reciproco nel rapporto tra brand e audience, tra produttore e consumatore. Ma il Neuromarketing si occupa di comunicazione finalizzata alla vendita, non del dietro le quinte in cui committente e fornitore mentre progettano quella comunicazione si parlano, mettendo a confronto i propri obiettivi e le rispettive peculiarità.

Si può fare

si-puo-fare

Questo articolo rappresenta un’introduzione; intendo approfondire l’argomento di come affrontare il fattore umano che ogni giorno incontriamo nei rapporti professionali in ambito digitale, come professionisti fornitori di servizi o come clienti che ne fruiscono.
Se andrà tutto bene, avrò scritto delle utili linee guida su queste dinamiche di comunicazione. Se andrà più che bene, potremo cominciare insieme a parlare di un’Ergonomia della Comunicazione nell’ambito delle professioni digitali.

I miei appunti (finora)

Ovvero, parleremo di quanto segue, non so se svolgere ogni argomento seguendo questa lista, qualcosa potrebbe essere accorpato, qualcosa aggiunto, qualcos’altro escluso, quindi consideratelo una sorta “teaser” non ufficiale:

  1. Ergonomia delle relazioni nel marketing della Comunicazione  – buone pratiche e spunti teorici sulla psicologia del rapporto tra fornitore e cliente.
  2. Il nerd, il cuggino e qualche altro Meme – come la cultura dei gruppi sia un fattore cruciale di qualsiasi professione e nel digitale di più.
  3. “Ti piace vincere facile?” No.  di solito è vero il contrario – l’influenza delle rappresentazioni sociali e del nostro ambiente culturale.
  4. L’esperienza non è un valore aggiunto – se ne hai devi ancora trovare il modo di venderla in modo convincente.
  5. La meta-comunicazione nel digitale: “tu non hai spazio”, “tu non hai tempo”, “tu non hai risorse”.
  6. Il “burn-out” digitale – come bruciarsi da soli, perdendo tempo e denaro e non accorgersene minimamente.
  7. Approssimativi VS Perfezionisti – il lessico usato nelle relazioni professionali, la dissonanza cognitiva e le modalità narrative.
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Plutone

Sassi, mercurio e ballerine

Un viaggio dentro di sè è preferibile ai ‘quattro sassi’ fotografati su Plutone.

– Vincenzo Salemme, attore, comico.

“Genitori che commettono il reato di indurre nei figli Alienazione Parentale (dall’acronimo PAS, Parental Alienation Syndrome) potranno essere perseguiti penalmente anche con il carcere.”

– Michelle Huntzinger, presentatrice, soubrette.

“Il mercurio presente nelle molecole di vaccini obbligatori è una diretta causa dello sviluppo dell’Autismo nei bambini.”

– Jim Carrey, attore, comico.

La libertà d’espressione è una conquista. Imprescindibile, da difendere. Così come l’autodeterminazione individuale, ad esempio nelle scelte sessuali. Eppure, nessuno che vada in giro a dire di non usare il preservativo viene preso seriamente.

Oh, wait.

Ricominciamo dalla libertà d’espressione.

Il diritto alle risposte competenti

Se ho davanti una platea di mille persone, ognuna con l’esigenza di essere ascoltata, uso un microfono e inizio un lento lavoro di domande e risposte; dare un microfono a tutti in nome di una sorta di democrazia statistica sarebbe un po’ idiota. Peggio: sarebbe una privazione di libertà mascherata da democrazia.

non-ti-sento

L’Internet che conosco è proprio così: libertà di espressione senza filtro, ovvero una fenomenale – straordinaria e fenomenologica – privazione del diritto di essere ascoltati con criterio e con competenza.
Spacciata per conquista.

Umberto Eco ha espresso in due recenti occasioni la necessità di creare dei filtri, auspicando che siano le testate giornalistiche ad offrire una selezione delle informazioni in base alla loro veridicità, considerando che “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”.  È vero. Ma se nella legione ogni imbecille ha il suo microfono – connessione a Internet – questo paradossalmente è un bene: la cacofonia di voci impegnate a sovrastarsi, unita alle meccaniche del web proprie delle piattaforme di social media e motori di ricerca, garantirebbe la loro estinzione come rumore di fondo.

Fino a quando non trovano un leader.

Il fattore umano nei personaggi dotati di fama

Un tempo essere famoso era un lavoro impegnativo e strategico: a certi livelli, l’ufficio stampa / la redazione del personaggio si occupava di filtrare qualsiasi esternazione o di valutare tutta la rassegna stampa che lo riguardava, sotto la spada di Damocle di un danno d’immagine.

Se quegli uffici esistono ancora, oggi campano sniffando click-baiting (si dica qualunque cosa, purché porti “click” con il mouse). Andate a vedervi l’utilizzo che i quotidiani stanno facendo in queste ore del personaggio Aurora Ramazzotti: arrivata alla maggiore età, di colpo è tutto un fiorire di “reportage estivi” sulla ragazza con allusioni che sarebbero state scartate nei film di “Bombolo”.

Riassumendo:

  • Personaggi, al culmine di una carriera, esposti alla minaccia di un burn-out da perdita di fama, di scomparire – non mi riferisco a uno, né a molti, è un fattore di rischio comune nelle persone sotto i riflettori.
  • Una massa di individui illusi, grazie ai social media, di avere trovato il modo di essere ascoltati, che percepiscono la frustrazione ma non comprendono il trucco.
  • Ideali campati in aria, la cui mancanza di fondamento scientifico non viene usata per deprecarli, ma come contenitore di emotività e a dimostrazione che “qualcuno complotta ai danni del popolo”, quindi che c’è un’offesa da sanare e una battaglia da vincere.
  • La Rete a fare da collante a presa rapida.

Unite voi i puntini.

La minaccia reale non è nel dare voce a tante persone comuni, quanto nel dare a pochi personaggi già dotati di un potere mediatico la possibilità di raggiungere una massa frustrata e disinformata, esprimendo opinioni personali su questioni di cui non hanno alcuna competenza, con la conseguenza di manipolare coloro che avrebbero bisogno di cultura e informazione con emotività e interpretazioni incompetenti e pericolose.
Ultima considerazione: torno a pensare a quanto ha detto il Professor Eco a proposito di affidare ai giornalisti, alla stampa, il filtro delle informazioni affidabili su Internet.

Di seguito vi mostro il modo in cui le battute di Vincenzo Salemme sulla missione New Horizons – da lui stesso definite  “una riflessione leggera e scherzosa” – sono state pubblicate dall’edizione napoletana di Repubblica:

Vincenzo Salemme articolo su Plutone

Professore, questa è una delle maggiori testate giornalistiche italiane, storica e autorevole, che inserisce le opinioni personali, leggere e scherzose di un comico, nella categoria Cronaca.

Sono sicuro che lei conosca l’importanza dell’attribuzione di categoria ad un contenuto, quando viene diffuso sul web. Definire questo contenuto nella categoria ‘cronaca’ ha, fra le altre conseguenze, una visibilità e un impatto sulle persone ben diverse che se fosse stato inserito sotto una categoria ‘opinioni’ o ‘umorismo’.

Mi auguro che il filtro che auspica sia qualcosa di molto, molto diverso da questo.

Tra parentesi:

  • Lo studio che ha portato alla realizzazione della navicella “New Horizons” che ha raggiunto Plutone, fra le altre cose ha consentito notevoli passi avanti nella tecnologia dei processori delle fotocamere, con ricadute positive nei sistemi di sicurezza satellitari metereologici e di controllo in caso di catastrofi naturali
  • La PAS o Sindrome di Alienazione Parentale è stata rigettata come teoria non scientificamente attendibile, in ripetute occasioni dall’Istituto Superiore di Sanità in Italia, dall’American Psychiatric Association, e da numerosi istituti pubblici nella UE; ne è stato inoltre rifiutato l’inserimento come definizione di sindrome nel DSM V.
  • La correlazione tra spettro autistico nei bambini e somministrazione di vaccini obbligatori è stata ripetutamente confutata e dimostrata una pura illazione allarmistica e di conseguenza pericolosa per la salute.

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